A testa in giù
Scritto da Paulo H. Tsingos   
Telescopi di fortuna in un’estate lontana
 
Il primo reggiseno non si scorda mai. Così iniziava uno spot nella TV in Brasile alcuni anni or sono. Con i telescopi funziona pure così. Erano anni ormai che bramavo per un telescopio o un qualcosa che aprisse il cielo ai miei occhi miopi, anzi volevo anche capirlo quel cielo pieno di stelle incognite. Dov’era il “cruzeiro do sul”? Cos’erano le “tre marie”? Dove sarebbe mai Alfa Centauri? Ed Eternia (il pianeta di He-Man)? Il pianeta Mongo di Flash Gordon esisteva veramente o era solo una presa in giro (il nome era assai sospetto).
Queste domande in ogni caso erano secondarie, prima abbisognava attrezzarsi.
Oggi sembra tutto un po’ banale, ma allora nella prima metà degli anni 70, per giunta in Brasile con tanto di giunta (militare) e assoluto divieto alle importazioni di prodotti “con similare nazionale” un telescopio o un binocolo erano cose da film di fantascienza (o almeno per i mooooolto abbienti).
Così l’unica cosa di cui potevo disporre erano i libri. Misteriosi volumi con odore caratteristico, “di sapere” pensavo allora, ma oggi mi rendo conto che era proprio di muffa, scritti in lingue arcane (inglese e francese, anche qualcuno in spagnolo o italiano) che potevo consultare gratuitamente alla biblioteca pubblica del Paranà (qualcosa come la Biblioteca Pubblica Regionale della Lombardia, ammesso che ne esista una). Mi sono fatto poco a poco tutte le avventure di TinTin (en français bien sur) anche se l’ho capite per metà, la serie Time-Life sulle scienze naturali e L’Enciclopedie Astronomique di Lucien Rudaux (roba da primo dopoguerra). Poi la Mamma mi ha concesso (dopo intensa lobby si direbbe oggi) di accedere alle preziose (intoccabili) enciclopedie degli anni 50 portate dall’Italia (I Cinque Libri del Sapere più l’Enciclopedia Labor e il rispettivo aggiornamento del 1952). Su “Il Libro delle Scienze” ho letto tutto il disponibile sull’astronomia e l’astrofisica e ad otto anni o giù di lì ho appreso che le stelle si muovono (motus proprius o motus peculiaris) ma in realtà avevo, come si dice, capito fischi per fiaschi, anche se lo spirito scientifico spuntava acuto. Sul moto delle stelle era scritto che queste si muovono nello spazio e a causa di questo movimento, dopo un congruo intervallo di tempo era possibile vedere il loro spostamento relativamente a validi riferenziali inerziali (cos’erano mai?). Dal nome importante appresi che codesti riferenziali dovevano essere cose importanti, punti di riferimento inequivocabili, cose che ragionevolmente non si muovono facilmente e della cui stabilità temporale ci si può fidare. Nacque così la necessità di verificare sul campo la teoria appresa. Avevo deciso di realizzare il mio primo esperimento scientifico (astronomico). Con batticuore quella sera ho guardato dalla finestra del soggiorno e ho subito individuato una stella molto brillante (oggi lo so, era Venere) che ho battezzato OMO, perché come la biancheria nella pubblicità del omonimo detersivo, era bianca e brillante. Ho ben memorizzato la sua posizione relativa a due punti di riferimento per me allora sicuramente universali: il grattacielo dell’INPS (sì c’era anche in Brasile l’INPS) e il palazzo della sede dell’Università del Paranà (fondata nel 1912 era sicuramente mooooolto antica e quindi anche universale, mia sorella, minore tre anni di me, aveva ipotizzato che uno sfregio nella facciata laterale neoclassica era opera di qualche vecchio dinosauro agonizzante il quale in fase di estinzione era caduto proprio lì e, probabilmente pigiando con un corno aveva causato quel difetto, ovviamente lasciato ai posteri come avvertimento, strano non ci fosse nessuna targa commemorativa di ciò). Triceratopi a parte sono tornato alle mie letture scientifiche. Ogni cinque minuti tornavo a controllare, ma sembrava tutto uguale a prima. Dopo circa 45 minuti (mi ricordo precisamente che dopo un po’ la faccenda l’avevo anche messa in secondo piano, il budino al cioccolato era diventato una priorità nel frattempo), sono tornato e effettivamente, rispetto al grattacielo dell’INPS ma anche rispetto al palazzo dell’Università, OMO si era mossa!
Allora quello che c’era scritto sui libri del lontano 1950 era valido anche nel modernissimo 1973!

Ma tutto questo è la preistoria dell’astronomia come l’ho conosciuta. Qualche anno più tardi ho capito la mia ingenuità (anche se non ho mai raccontato a nessuno “l’esperimento OMO”, che poi potrebbe anche far pensare a qualcosa di poco ragguardevole nei miei confronti) e ho perfezionato le mie conoscenze. Ma tornando alla “Labor” ho riletto tutto e ho capito i misteri del mondo sotto una nuova luce. Se non almeno ho imparato bene l’italiano (ma in ogni caso per anni sono andato avanti a dire “pittuosto” invece di “piuttosto” fino a che qualcuno (mia sorella) non mi ha preso seriamente per i fondelli). Nel frattempo per ogni ricorrenza come per esempio a Natale, al mio compleanno, il quale mio malgrado cadeva praticamente con il giorno dei bambini (11/10 contro 12/10), il che per me voleva dire due feste e un regalo, chiedevo sempre ovunque e comunque cose collegate all’astronomia. Anche se un “telescopio“ era sempre il primo della lista quello non arrivava mai. Arrivarono però libri per ragazzi di recente edizione, a colori (!) (l’edizione brasiliana di una serie inglese il cui nome non ricordo) su “Il Sole”, “La Terra”, “L’Universo e “Le Stelle” (c’erano anche “I Treni”, “Gli Aerei” etc etc etc). Erano libricini quasi elementari per noi uomini del ventunesimo secolo, ma per un ragazzino del 1975 nel sud del Brasile erano preziosi come l’oro. Erano sempre a portata di mano e c’era un piano (segretissimo, non lo sapeva neanche mia sorella) per il salvataggio di questi preziosi compendi in caso di conflitto termonucleare. Ci si può immaginare in un bunker antiatomico per anni senza i preziosi libricini “inglesi”? Una noia mortale!
Sul libricino “Il Telescopio” si parlava di Galileo. Non Galileo la sonda, Galileo “Eppur si muove” Galilei e il suo telescopio fatto in casa. Se l’aveva fatto lui nel lontano 1600 persino contro la Chiesa, lo potevo fare anch’io, piccolo scienziato del tardo ventesimo secolo! Così ho intrapreso una strada che avrei rifatto in altri modi tante volte nel futuro fino ad oggi. Ho iniziato a raccogliere materiale per la costruzione del mio primo telescopio.
Dapprima ho cercato dei tubi. Tubi di cartone presi da “Huddersfield”, un negozio di stoffe dal nome inglese che ormai non esiste più. Dalla mia collezione di francobolli una lente di ingrandimento (50mm f/5) e da una vecchia macchina fotografica a scatola “made in Curitiba” ho ricavato il diagonale (uno specchio argentato sotto il vetro (!) con montatura di latta a 45°) e un’oculare, la quale a sua volta aveva la peculiarità di essere di forma rettangolare (circa 11x16mm) e non tonda come tutte quelle del resto dell’universo, la distanza focale dell’oculare era stata misurata (proudly by myself) in circa 25mm. Per treppiede ho preso “in prestito” il cavalletto di pittura della Mamma (tanto non lo usava mai) e così il mio primo telescopio vide la luce. Era il 1978!
Il primo telescopio non si scorda mai.
Ma poverino non aveva un nome, non l’ho mai battezzato, aveva un soprannome l’ho chiamavamo il “Melescopio” giacché proprio di ingrandimenti non c’erano tanti. Il Melescopio aveva anche alcuni richiami alle mie origini, avevo disegnato a mano sul tubo le mie tre bandiere (Brasile, Italia, Grecia). E poi perché sovente osservavo dalla casa della Nonna dove si vedeva molto meglio poiché là c’era anche il giardino con il cane (con tanto di casetta come nei film) ho aggiunto: “Dog House Observatory – Founded 1978”. Inglese fa più “fico” e il termine “Founded” l’avevo visto in una bottiglia di whisky (scozzese, ovviamente di contrabbando perché c’erano i similari nazionali).
Posso assicurare però che allora con il mio modesto “Melescopio”, vedere la nebulosa di Orione (M42) o le Pleiadi, per altro senza sapere cosa fossero (perché ero convinto che oggetti “nordici” non si potevano vedere in cieli “sudici” e vice versa) neanche le fotto di Hubble oggi sollevano in me tante emozioni.
Queste sensazioni ritornano quando osservo qualcosa di veramente straordinario (per me) e poi vado a letto e le (ri) sogno come un bambino piccolo che ha appena ricevuto i regali di Natale.
Ben presto capitò nelle mie mani il famoso (per noi a sud) atlante celeste “Uranografia” di Ronaldo Rogerio de Freitas Mourão, astronomo capo dell’Observatorio Nacional di Rio de Janeiro. L’ho studiato a menadito e praticamente ho memorizzato le costellazioni e i principali asterismi.
Quando ero all’ottava serie sono passato a una grande scuola statale, negli USA l’avrebbero chiamata High School, ma da noi era semplicemente Colegio Estadual do Paranà (Collegio Regionale del Paranà). Mi dilungo un po’ su questo perché questa scuola forse anche più della stessa Università mi ha dato lo slancio definitivo (un po’ come la fionda gravitazionale) alla mia passione. Era enorme, aveva un teatro, campi sportivi, piscine, palestra, pista di atletica, giardini, una ben fornita biblioteca, laboratori di diverse specialità e anche, meraviglia delle meraviglie, un’osservatorio astronomico con tanto di planetario in costruzione! Avrei voluto iscrivermi assolutamente al corso di astronomia (corsi extra curriculum tenuti dopo l’orario scolastico) ma era già tutto pieno e così mi sono accontentato di fare meteorologia (ma ci si fermava alla stratosfera con i palloni sonda).
 L’anno successivo, al 1° liceo (scientifico of course) inaugurato il planetario, sono stato tra i primi ad entrare e mi sono iscritto subito al corso di astronomia e astrofisica (a livello elementare per ragazzi, nozioni di base, calma gente anche se dopo un po’ a furia di guardare le linee degli spettri potevamo dire la classe alla quale apparteneva quella stella. Wow Oh Be A Fine Girl Kiss Me Right Now Sweetheart! oppure l’ultima poteva essere un sonoro Smash! la sberla data all’ardito corteggiatore). Alla prima “seduta” in planetario ho poi capito tutto…
Da allora siamo andati in crescendo, nel 1980 ho realizzato un nuovo telescopio battezzato “Alnitak” come una delle stelle della cintura di Orion, era praticamente un “Melescopio” più grosso composto da una normale lente di ingrandimento di grosso diametro (90mm f/2,5) trafugata dal Paraguay (sì c’erano i similari nazionali, come sempre di scarsissima qualità) e dalla stessa oculare rettangolare di buon vetro “old fashioned”. Il tubo (veramente molto corto) era fornito dal nuovo “sponsor” carta vegetale “Gateway”, in altre parole era una parte del tubo che reperivo presso lo studio di disegno tecnico di mio zio. Il tubo della Gateway era particolarmente adatto perché leggero (di cartone) ma rivestito da un sottile film di plastica e quindi insensibile all’umidità, inoltre era di un bel colore rosso e con la scritta dello sponsor che l’avvolgeva in spirale, insomma bellissimo. Della lente di ingrandimento avevo tolto il manico, l’anello di alluminio che la teneva faceva da cornice in punta e il filetto sporgente per l’attacco del manico serviva anche come “mira” per meglio puntare gli oggetti (non c’era il cercatore). Oggi con il senno di poi penso che quel telescopio di fortuna sarebbe stato un’eccellente cercatore. Inoltre per ovviare all’aberrazione cromatica avevo escogitato un sistema che chiamavo con il pomposo nome di “set di filtri” che altro non erano che anelli di cartoncino nero il cui foro centrale andava via via diminuendo in modo che, in funzione della luminosità intrinseca dell’oggetto da osservare, erano cambiati a piacere. Così ho potuto vedere per la prima volta la Luna senza essere “accecato” dal bagliore di fondo e mettevo i filtri a maggiore apertura per gli oggetti deboli di profondo cielo, i miei preferiti: l’ammasso globulare di Omega Centauri e la “scatola dei gioielli” (“caixa de joias”) in Crux.
A proposito di ammasso Omega Centauri, sono rimasto profondamente deluso da M13 quando l’ho osservato per la prima volta, perché su tutte le pubblicazioni (nordiche) veniva incensato come “the globular cluster”, ma sciovinismi a parte non c’è proprio paragone. Omega si vede a occhio nudo facilmente e poi resta sull’intercessione fra la linea che parte da Acrux–Mimosa ( e  Crucis) e la linea fra Hadar () e  Centauri. E poi se vogliamo esagerare abbiamo un altro ugualmente grosso in Tucana (47 Tuc o NGC104) addirittura catalogato come stella nelle prime carte stellare fatte dai nordici diventati “sudici”, nel senso, venuti a sud. Ma se Omega è visibile dall’Europa (sud dell’Europa più precisamente) il nostro amico 47 Tuc essendo a oltre –70° per essere osservato seriamente abbisogna andare più giù, verso l’equatore…

Essendo a quasi 1000m di quota, Curitiba allora offriva cieli limpidi e relativamente liberi da inquinamento luminoso, per giunta la Nonna abitava praticamente fuori dal centro e quindi in tutte le direzione tranne che a ovest il cielo era abbastanza buio da permettere la visualizzazione a occhio nudo della Via Lactea, delle Nubi di Magellano (Nubecula Major et Nubecula Minor) e di stelle in generale fino alla 4a, a volte 5a magnitudine.
In contro c’era il fatto che fra le 27 capitali di stato del Brasile, Curitiba era quella più fredda in assoluto. Ogni Curitibano degno di questo nome si ricorda della “grande nevicata” del 15 Luglio 1975, quando per ben quattro ore (dalle 7:30 alle 11:30) ha “fioccato” come “alla vigilia di natale nei film” (nordici) e messo giù ben 5cm di neve! Mamma che freddo e poi c’era stata la temutissima “gelata nera” del giorno dopo (la neve sciogliendosi ricongelava nel terreno bruciando le radici delle piante). Milioni di alberi di caffè bruciati in due giorni! Ecatombe economica! Nel Paranà si produceva il miglior caffè del mondo (una combinazione di particolari terreni di origine basaltica, clima mite e miscele giuste). Dopo il ghiaccio, con praticamente 95% degli alberi di caffè secchi, bruciarono intere zone e vedevamo enormi colonne di fumo alzarsi dai campi del “nord del sud”. Gli incendi sono stati assolutamente devastanti per i campi, uno deve tenere conto che le piantagioni di caffè iniziavano a circa 300 km a nord ovest e si sviluppavano su una superficie di circa 75.000 km2 (l’Italia, montagne comprese, ha circa 240.000 km2, fate Voi). La “grande nevicata” che ci riempie d’orgoglio ha dato origine al “grande fuoco” di qualche settimana dopo ed è stata una delle concause che ha fatto perdere al Brasile il primato del caffè nel mondo. Comunque dai miei giri posso affermare che il miglior caffè del mondo si beve… Ah, gli italiani pregustano la rivincita…beh, si beve in Etiopia! Giuro!
Tornando al freddo, pensavamo allora, ma come faranno in Russia? Poi ho capito che non fanno e basta.

Per fortuna di “grandi nevicate” da quelle parti si vedono mediamente solo ogni 50 anni (1925, 1975, 2025(?)). Comunque l’orribile clima di Curitiba era (ed è) la causa di una media annua di più di 200 giorni (e notti) di cielo coperto di dense nuvolone grigie da depressione, questa sì, nordica (scandinava direi).

D’estate in ogni modo ci si rifaceva, a quelle latitudini le notti sono sempre molto lunghe, anche con l’ora solare alle nove di sera era già buio e l’altitudine faceva che la sera stare fuori fosse comunque piacevole (niente moscerini se l’inverno era stato rigido).

Quella sera del 27 Gennaio avrei imparato nella pratica due cose molto importanti che in funzione della poca potenza dei telescopi precedenti erano state fino ad allora tralasciate.

Era una serata d’estate come poche quella del 27 Gennaio 1981, faceva caldo, ma non c’era afa, ero solo in casa della Nonna per motivi “logistici” o “strategici” si direbbe in questi giorni odierni di marketing sfrenato. Si era convenuto così poiché lei era andata a visitare mio zio in un’altra città, e visto come già allora andavano le cose, i miei mi hanno chiesto se potevo passare le notti là tanto per far vedere che c’era qualcuno in casa.
Non ero completamente solo, con me c’era Zoff, sì proprio lui, il nostro pastore tedesco così battezzato dopo che l’Italia aveva fatto un gran mondiale in Argentina.
Dalla settimana precedente fino alla fine dell’estate (Marzo) mi godevo delle ferie più che meritate giacché ero appena stato ammesso all’università e, stando alla tradizione, mi avevano rasato a zero e potevo praticamente permettermi (quasi) tutto. In Brasile l’esame di ammissione all’università è molto selettivo e visto che per tutti i corsi esiste il numero chiuso la concorrenza è feroce e per arrivare entro i 180 “eletti” era necessario sudare molto più di sette camicie in un lungo anno di corsi preparatori e prove simulate.
Fu così che a Natale, come credito per l’esame che avrei affrontato entro pochi giorni mi avevano regalato un sogno lungo una vita, una lente da close-up di quelle che oggi sono tanto banali da non destare attenzione, ma allora, nell’ormai lontano 1981, erano un articolo raro e di grande pregio che solo i fotografi professionisti avevano normalmente in dotazione.

Ora con la (“super”) lente (52mm) da un diottro (1m di distanza focale) potevo costruire uno strumento in grado di ingrandire all’incirca 200 volte senza aberrazione cromatica. Mi procurai un tubo di cartone (“Huddersfield” era nel frattempo fallita ma avevo rintracciato fonti di approvvigionamento alternative) sufficientemente lungo, del diametro giusto per accomodare la “superlente”. Da un blocco di polistirolo sono stato in grado di “scolpire” una sede per l’oculare da soli 5mm di focale ricavata anch’essa da una (un’altra) vecchia macchina fotografica e se tutto fosse perfetto avrei potuto vedere chissà quante cose fantastiche.
Il telescopio era ovviamente molto leggero e perciò si poteva fissare in modo molto stabile a un normale treppiede fotografico. Per il treppiede posso assicurare che faceva tutt’uno con il restante visto che anch’esso era di secondìssima mano, buttato via perché i filetti di alluminio si erano smangiati e le “gambe” non stavano più assieme. Niente che un po’ di resina epossidica non fosse in grado di sistemare in eterno.
Verso le 22, quando era già buio, ero fuori nel cortile della casa della Nonna con il fido Zoff a farmi compagnia e a luci (tutte) rigorosamente spente. Prima luce per il “nuovo” telescopio fu ovviamente Sirius, a quell’ora già molto alta nel cielo e quindi difficile da guardare con il mio “apparecchio” senza  “star diagonal” (l’avevo tolta perché lo specchio mi dava una tripla immagine degli oggetti) ma la congiunzione Giove / Saturno era ben posizionata sorgendo nel buio dietro la sagoma del tetto della casa che schermava le luci della strada da est. La Luna sarebbe sorta di lì a poco. Con grande emozione ho puntato su Giove e per la prima volta riuscivo a vedere le bande equatoriali di un’oggetto “grande come un’arancia a media distanza” (mi scuso la scarsità di scienza in questa definizione, ma è quello che mi era venuto in mente allora, veramente mi era venuto “un pisello a distanza ravvicinata” ma queste cose non si possono scrivere anche se si intende pisello nel senso dell’ortaggio) ma lo vedevo sparire velocemente dal campo visuale. Oltre tutto, sì era bello grande rispetto al “telescopio” precedente ma non si poteva vedere un granché, l’immagine era priva di grossi dettagli. Puntando su saturno però grande fu l’emozione che mi colse quando per la prima volta in vita mia ho visto gli anelli, chiari e visibili (o almeno così mi era sembrato). Il tutto però schizzava via a 200 ingrandimenti.

Solo allora capii che non serve avere 200x senza avere montatura equatoriale (o allineata) e eventualmente motore di accompagnamento. Inoltre anche a 200x f/20 le immagini dei pianeti anche se grosse mancavano di dettagli o questi erano scarsi perché l’apertura…

Come direbbe un mio professore: suonò una campana! L’apertura! Sì! Niente può superare l’apertura! Allora capivo tutto quel parlare di diametri sempre più grandi e mai parlare di quante volte ingrandivano. “L’ammasso del Praesepe (M44) fotografato con il telescopio di Yerkes da 104cm di diametro” diceva la didascalia e io mi chiedevo ma a quanti ingrandimenti? Boost the power pensavo io e il mondo mi urlava di rimando Boost the aperture. Meglio tardi che mai. Però il problema logistico restava. Pensate che “l’astronomo” dell’osservatorio di Curitiba aveva un 4” (114mm), roba da trovarsi in qualsiasi supermercato con raccolta a punti nel ventunesimo secolo. Il grande Mourão operava allora il più grande telescopio del Brasile con ben 900mm. Io, misera nullità, con un autocostruito da 90mm non ero poi messo tanto male.

Per correre dietro all’arretratezza tecnologica mi decisi quella notte stessa: avrei costruito una montatura equatoriale a forcella per tenere il nuovo telescopio (per inciso era stato battezzato Eltanin, ovvero, l’occhio del drago) e il “vecchio” Alnitak assieme così da poter accompagnare il moto della volta celeste e in seguito adattare un motore…Ma questo è tema per un altro capitolo.

Saluti da –25°
 

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