A testa in giù
Scritto da Paulo H. Tsingos   
La caduta degli Dei

Era il Marzo 1977, avevo superato l’esame di ammissione e ero appena entrato a far parte del prestigioso “Colegio Estadual do Paranà” detto CEP, che si potrebbe tradurre in “Collegio Regionale del Paranà” anche se in inglese viene meglio (Paranà State High School).

In sintesi si trattava di una grande scuola statale, la più grande di tutte. La nuova sede del vecchio collegio fondato nel 1846, voluta negli anni 40 del XX secolo dal mitico governatore Munhoz da Rocha, progettata nel dopoguerra e costruita negli anni 50. Allora era il meglio che i (pochi scarsi) soldi potevano non pagare (era gratis) e per anni era stata considerata una scuola “modello” su cui tutte le altre si misuravano. Per esempio era negli anni 50 e 60 l’unico posto in tutto lo stato che disponesse di una piscina olimpionica. In quegli anni di lì erano passati statisti, sportivi, attori e personaggi famosi di quella landa distante e verso la seconda metà degli anni settanta ci si avviava non certo per colpa mia verso un periodo di decadenza (trend che sembra sia invertito negli ultimi anni). La scuola era organizzata per funzionare su tre turni (mattina, pomeriggio e sera) dove si faceva sia “l’ottava” (la 4° media) sia i tre (o a seconda del corso quattro) anni dello “cientifico” (liceo). Inoltre di particolare c’era anche la divisione “per sesso”, al mattino i maschietti, al pomeriggio le ragazze e la sera ambosessi, coloro che di giorno lavoravano (per lo più per necessità) e facevano la scuola serale per rimanere nell’iter scolastico oppure per “ripescare” gli anni di studio che la vita gli aveva negato, tutti comunque aspirando più in alto e provare il concorso di ammissione per l’università. Più di una volta ho avuto compagni di scuola che da un’anno all’altro smettevano di venire a scuola al mattino con noi perché raggiunti 14/15 anni iniziavano nel mondo del lavoro (in genere a fare gli “office boys”) e passavano nel turno serale. Ci si perdeva di vista. Io ho avuto la fortuna di non dover lavorare allora per aiutare il budget familiare. Il fatto di essere stata progettata nell’immediato dopoguerra e voluto da un “uomo forte” aveva dato alla scuola un’aria piuttosto imponente. L’edificio principale di colore marroncino chiaro con dettagli bianchi in perfetto stile “Bauhaus” si sviluppava in cima ad una mezza collinetta secondo una pianta ad “U” su quattro piani rialzati e due piani interrati dotati di pilastri e travi enormi, perché si diceva, fatto apposta per essere utilizzato come “bunker” anti atomico. Inoltre disponeva di due “torri” agli angoli dove erano messi i vari laboratori (biologia, chimica) e un’osservatorio astronomico! Lateralmente alla “U” era presente una palazzina color crema (sempre “Bauhaus”) di due piani che ospitava la palestra con il campo polisportivo coperto (per basket e pallavolo) oltre alla già menzionata piscina olimpionica e una piscina più piccola per coloro che dovevano imparare a nuotare (all’esterno) nonché sul retro un campo da calcio con tanto di pista di atletica di dimensioni ufficiali. La parte antistante la facciata principale era un grande giardino inglese molto curato e un po’ come il deposito di Paperon dè Paperoni assolutamente, terminantemente, meridianamente, radicalmente, completamente, visceralmente, “vietatìssimo” agli alunni. Noi, gli alunni (in numero di circa 1800 per turno, tutti rigorosamente in divisa: scarpe (argh!) nere, calzini neri (doppio argh!), pantaloni in tessuto blu (no jeans, apriti cielo, triplo argh!), camicia bianca (a maniche lunghe d’inverno e maniche corte d’estate) con stemma della scuola (assolutamente d’obbligo, no stemma no scuola! Lo stemma però mi piaceva!) e giacca blu (non obbligatoria) potevamo accedere alla scuola solo dalle entrate laterali e in orari prestabiliti). Mancava solo l’obbligo di cravatta, almeno quella non c’era!

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Lo stemma del CEP, una sfera armillare (!) con il motto “LONGE LATEQVE”, ovvero “in lungo e in largo” (inteso come formazione) 

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Vista parziale della facciata (quella “vietatissima”) 

In quella scuola erano disponibili anche delle attività “extra curriculari”, ovvero dei corsi e attività (gratuiti) a cui gli alunni si potevano iscrivere. Il bello di questi corsi (oltre ad essere gratis, siamo sempre lì a parlare del vile metallo) è che si tenevano nel doposcuola ed erano misti (assieme a quelli “dell’altro sesso”). C’erano il coro (solo per le femmine, perché a quell’età (fra i 13 e i 16 anni) i maschi cambiano voce!), la banda, il gruppo di teatro, il gruppo scout, i corsi di vario tipo di arti plastiche (pittura, scultura, disegno). Nonché i corsi “tecnici” di meteorologia, astronomia e astrofisica (!). Negli anni ho fatto lo scout (ci si riuniva nel pomeriggio di sabato, io appartenevo alla pattuglia delle “civette”, colore blu, chi ha fatto lo scout sa cosa vuole dire…), poi nei mercoledì pomeriggio con la “scusa” che serviva nella mia formazione tecnica ho fatto il corso di “maquettes”, ovvero di modellistica edilizia, ovvero i modellini che fanno negli studi di architettura, sì proprio quelli, casette, palazzi, etc, avevamo addirittura fatto una squadra e partecipato ad un concorso (arrivammo secondi su tre partecipanti!). I martedì erano dedicati al basket (ho dovuto smettere per una distensione al muscolo della gamba sinistra, riprovando poi all’università senza grandi successi) ma quello che veramente importava era che questa cosa che ci permetteva di essere all’interno della scuola nel bel mezzo del pomeriggio, circondati dalle graziose rappresentanti “dell’altro lato del muro” (oggi diremmo “gnocche”, non so se si può scrivere ma scrivo lo stesso, rende molto bene l’idea) ma comunque tenuti a bada (break) dall’occhio vigile delle bidelle (le cosiddette “Zie”).
Ah sì c’era anche l’astronomia! Al mio primo anno (quando ero in ottava) i posti vacanti per il corso di astronomia erano già esauriti prima che io venisse a conoscenza del corso stesso (c’erano ben 12 ottave classi e i posti erano solo 12 per turno!), allora astrofisica pensai, ma era vietato ai “novellini” dell’ottava (eravamo un po’ i cuccioli della scuola), allora ripiegai su meteorologia, sempre di cielo si tratta ma arrivammo solo fino alla troposfera (da allora ne so un sacco sulle nuvole, cosa che in ogni caso poi si rivelò utile) e comunque qualche bella ragazza c’era anche lì...
L’anno successivo quindi non ho fatto astronomia perché ero già in “prima” e astronomia era intesa per quelli dell’ottava (ma che mi perseguitano?) con capitoli i cui titoli erano pressappoco come “Selene, la nostra compagna di viaggio” (non si trattava di una biografia illustrata della nota pornostar italiana ma di una descrizione un po’ sul fiabesco del nostro satellite naturale), sinceramente mi sembrava una presa in giro e quindi senza tante storie sono passato direttamente al corso di iniziazione all’astrofisica che aveva come mai posti sempre vacanti…

Un “granchio” che presi in quel periodo (precisamente nel giugno 78) fu il mio studio su una “stella doppia” di colore decisamente rosso, la quale volteggiava attorno alla sua primaria di colore giallo fino ad avvicinarsi tantissimo. Ebbene si trattava di Marte (quella che “volteggiava”) e di Saturno i quali nel Leone in quell’autunno si vedevano praticamente sopra testa. Poi si seppe, la famosa congiunzione del 1978…

Poco dopo scoprii la mia prima stella variabile…

Era una sera fredda di fine luglio (ricordate, inverno), io guardavo dal retro di casa mia in centro, quindi poche stelle visibili. Abitavamo al primo piano e c’era quello che allora si chiamava una “terrazza di servizio” (dove si faceva il bucato, si stendevano i panni e si rimettevano le biciclette e tutte quelle cianfrusaglie che uno dice, ma forse un giorno mi torna utile… Il muro di confine con il vicino era alto e nonostante la terrazza fosse ampia (circa 3x6m) avevo un tetto in plastica ondulata traslucida sopra testa (no vista verso il cielo. L’unico scorcio era che la maledetta tettoia finiva circa 50cm prima del muro di cinta (alto circa 3m) e dalì vedevo una fettina di cielo allo zenit. Non lasciandomi abbattere da simili problemi, mi sono attrezzato assemblando una specie di impalcatura con il tavolo di servizio con sopra una sedia più uno scalino (evviva la legge 626, diremmo oggi) con cui riuscivo a vedere tutta la metà sud del cielo. Sopra l’orizzonte sud una stella gialla scintillava e all’improvviso scomparve per ricomparire qualche minuto dopo. Scendo, vado dentro tutto eccitato e dico a mia madre che avevo appena visto una stella variabile variare! Lei era molto contenta ma non parve più di tanto preoccupata. Come avete inteso avevo preso un altro dei miei famosi “granchi”. Dopo ho scoperto che era “solo” Alfa Centauri che si avviava alla culminazione inferiore e era stata oscurata da una nuvola di passaggio, bassa e lunga (e invisibile) lungo l’orizzonte sud, l’importante è saper riconoscere l’errore e farne tesoro, e comunque le stelle “variabili” non variano così velocemente e se ci fosse una così brillante comunque non sarebbe passata inosservata da altri più esperti e meglio attrezzati (oppure sì?).

Per un corso di una volta la settimana, senza tante pretese, avevamo niente meno che l’astronomo del CEP (una sorta di Astronomer Royal dei piccoli) che a me è sempre stato antipatico. In quell’anno (1978) si concludevano i lavori del planetario e noi (una volta tanto fortunelli!) in quanto allievi di Sua Astronomicità Prof Dott J. potevano entrare nel “sancta sanctorum” e avere delle sessioni private!
Contemporaneamente i miei genitori avevano fatto un “folle” investimento acquistando (in 20 comode rate) i 20 volumi (una rata per ogni volume) dell’Enciclopedia Mirador (ovvero la filiale brasiliana della Britannica) dove per mio profondo diletto c’era una voce “Stella” che raccontava vita morte e miracoli degli astri (diagrammi  HR compresi) allo stato dell’arte di allora (ricordo che erano tempi in cui le migliori immagini di Giove e Saturno erano quelle delle Pioneer e il più grande telescopio al mondo, appena inaugurato era quello di Zelenchukskaya in Unione Sovietica (con ben 6m di diametro) e che le fotografie si facevano con lastre fotografiche a impressione chimica, eravamo proprio nel secolo scorso! Le Voyager sarebbero arrivate da lì ad un paio d’anni e lo Space Shuttle Columbia era ancora al di là di venire, avevamo una specie di mulino olandese in orbita che si chiamava Skylab (precipitatosi rovinosamente sull’Australia qualche anno dopo)), ma quello che per me rappresentò la chiave di volta fu la voce “Uranografia” dove c’erano dettagliate carte celesti di RRFM, Astronomus Major del Brasile di allora, era come trovare dei manoscritti Qumran, qualcosa di valore incommensurabile.
Mettiamo tutto assieme, l’adolescenza in fiore, ormoni a tutto spiano, una scuola, anzi una “scuolona” dove in un “regimetto” paramilitare eravamo separati per sesso, un corso di astrofisica (misto!!!!) tutti i giovedì sera e una fonte di sapere a portata di mano (non dovevo più passare i pomeriggi in biblioteche), il primo telescopio (parole grosse, vedere il capitolo3, telescopi di fortuna…), che tempi!!!
Fu così che alla mia prima sessione del planetario quando Prof Dott “Bighead” J (aveva una testona il tipo, non nel senso che era un genio, forse era anche bravo, ma proprio perché era veramente grossa, sproporzionata al corpo) fece calare la sera (un sabato mattina) e disse: Quello è Orione! Nella mia testa si accese una luce! Anzi direi che si è acceso tutto un quadro strumenti e una serie di sirene hanno iniziato a suonare contemporaneamente, musica stereofonica, donne nude danzavano il girotondo (ma quanta roba abbiamo in testa, meglio lasciarle là dentro certe cose…). Ore ore ore ore e ore a guardare le varie carte di “uranografia” in un attimo si sono fuse e tutti quei punti neri su sfondo azzurro hanno creato vita e si sono rivelati!
Allora se quello è Orione, quella è Sirius, Procyon, Canopus, Alfa Centauri… E mi sono sorpreso a indicare mentalmente il nome delle stelle nello stesso momento in cui “Bighead” J le puntava con quella sua magica freccettina rossa, un attimo prima che lui le svelasse, io lo sapevo già!
Poi in un momento di sfacciataggine ho chiesto se quella là a nord non fosse Capella e lui mi guardò come se chiedendo: ma come fai a saperlo tu? Rispondendo semplicemente sì! No comment!
Con il passare delle settimane ho cercato di avere buoni rapporti con il Prof Dott, non per altro perché aspiravo ad essere il suo “assistente”. Quando ho chiesto cosa mi consigliava come periodico di astronomia, mi ha detto che Sky & Telescope non era alla mia portata (perché troppo tecnica) e che avrei dovuto fare affidamento sui bollettini (ciclostilati) che Lui, Sua infinita astronomicità editava, poiché Lui aveva studiato astronomia a Rio niente popò di meno che direttamente dal mitico Prof Dott Astronomus Major RRFM.
Fu così che ho fatto abbonamento a Sky & Telescope che iniziò ad arrivare mensilmente a casa mia da Gennaio 1979, e il primo numero non lo scorderò mai, aveva in copertina il VLA a Socorro, New Mexico, e pensare che da queste parti non lo sa nessuno che ci sono ben 17 RADIOTELESCOPI CHE SI MUVONO SU BINARI LUNGHI 21 KM! Il mondo è moooooolto, ma mooooooooooooolto, ma moooooooooooooooooooolto più grande dell’ego di “Bighead”, il politico.

Nel 1979-1980 il mio patrimonio di conoscenza era tale che ho potuto ammirare le diverse congiunzioni fra Marte, Giove e Saturno nel Leone con conoscenza di causa, ovvero, mentre tutti si chiedevano come mai quelle “stelle” erano così vicine l’una dall’altra, io sapevo cos’erano e cosa facevano…

La batosta finale venne quando arrivò da un’altra città un tizio, che era figlio di un amico di un conoscente di “Bighead” J (tout le monde c’est pays, plus ça change, plus c’est la meme chose), il quale fu promosso quasi immediatamente ad “assistente” e poi anche se venivo trattato come l’ultimo dei piccoli ho potuto sentire una “small talk” di “Bighead” J che faceva confidenza con primizia di dettagli al suo “assistente” delle sue die Lui gesta erotiche!

Finalmente allora mi resi conto che bastavo a me stesso, tanto oramai l’inglese lo sapevo, nessun maestro era migliore di S&T, che arrivava puntuale, (una volta non arrivò, me la rimandarono), mi dava tutte le informazioni (a colori ed aggiornate) e meglio degli decaduti-dei-piccolo-politici-meschino-provinciali-locali. Forse anche per questo non ho fatto l’astronomo, almeno in Brasile la categoria degli ingegneri sembrava moralmente superiore a quella degli locali “astronominimi”.

E’ con immenso e vendicativo piacere che verifico oggi (XXI secolo) che l’astronomo (sempre Lui, “Bighead “ J, è ancora là) dispone di un telescopio di 200mm presso il “suo” osservatorio, mentre io nel mio piccolo dispongo di uno da 250mm. Poi alla fine sembriamo dei bambini: il mio è più lungo del tuo, anche se in questo caso bisogna dire più “largo”, comunque, in lungo e in largo: LONGE LATEQVE

Saluti da –25°

 

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