A testa in giù
Scritto da Paulo H. Tsingos   
Le corna al sole
Diario della mia prima eclisse


Dieci Agosto Millenovecentoottanta, e sono passati tanti anni… Ripenso al giorno del mio primo eclisse, allora astrofilo alle prime armi, pochi mezzi (in tutti i sensi), ma sufficientemente edotto (grazia alla mitica Sky & Telescope) da sapere che in quel giorno, dalla mia amata città sarebbe possibile vedere un eclisse anulare (anche se non completamente). Appena pensare che, dal cortile della Nonna sarebbe possibile vedere la Luna oscurare (anche se parzialmente) il Sole, in diretta (no TV) con i miei stessi occhi, mi venivano i brividi. Peccato però che il giorno dell’evento era in pieno inverno…
Faceva freschino quella mattina di Domenica, e in più c’era una fitta nebbia, ma non la solita nebbia che veniva dal mare...

Pausa per una necessaria spiegazione geografico/meteorologica. Dovete sapere cari lettori che la città di Curitiba, è ubicata su un altipiano a circa 950m di quota. In linea d’aria però dista dal mare circa 70km. Fra noi e il mare (con la sua umidità) esiste una specie di grande gradino (un gradone?) di montagne granitiche (grande gradino granitico), la cosiddetta “Serra do Mar”, il cui picco più elevato arriva a malapena ai 1900m. Il “Marumby” (con l’accento sulla “y” prego) con i suoi stupefacenti 1880m è sufficientemente difficile da scalare che anche un mio amico è caduto una volta in un crepaccio, rompendosi ossa varie in diverse zone (ma non il collo per fortuna) e si è fatto più di sei mesi di fisioterapia. Allora bisogna immaginare, compressi in circa 70km, partendo da est, una pianura a livello del mare (la fascia litoranea) con il suo porto (Paranaguà = in vecchio linguaggio Tupi vuol dire “mare rotondo”, infatti si trova in una baia…) con a ridosso ripide montagne granitiche dai nomi suggestivi ricoperte di fitta foresta tropicale (laddove non affiora il cosiddetto “scudo cristallino”, il granito appunto), le quali salendo a quote fra 1300 e 1900m ricadono ugualmente ripide, però ricoperte di foresta temperata (abeti, araucarie, etc) su un altipiano a circa 950m dove si ritrova quindi Curitiba. Il tutto continua con un nuovo “gradino” (la Serra São Luìs) che porta all’altipiano di Ponta Grossa (sì la città si chiama proprio così = Punta Grossa, mio Zio A vi ci abita), zona di campi aperti battuta da venti, con qua e là formazioni di arenaria scolpite nei secoli dei secoli, tutto questo oltre i 1000m di quota, si sale ancora nella Serra do Cadeado (= dell’ Lucchetto) per poi lentamente scendere verso ovest fino alla vallata del fiume Paranà (che in antico linguaggio indigeno significa “grande quanto il mare”) presso la città di confine con il Paraguai (credetemi, si dovrebbe chiamare Tantiguai), la famosa Foz do Iguaçù (letteralmente “Foce dell’Iguassù”) laddove si trovano le cascate “che fanno impallidire il Niagara” (citazione originale di Eleanor Roosevelt: “Poor Niagara”) qualcosa come lo schemino:

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Allora in quella specie di corridoio formato fra una “Serra” e l’altra, a Curitiba il clima oltre ad essere rigido ci regala con due particolarità, i venti predominanti sono da est (caldi e umidi, passando nei “buchi” fra le montagne, from Atlantic with love) oppure freddi e umidi da sud (from Antartica with love), premesso che fra noi e i pinguini non c’è nulla tranne il grande oceano del sud. Caldo o freddo che sia, sempre umido era (=nebbie). Così che sono nato e vissuto in un posto dove la copertura media è di 200 giorni all’anno (200/365, una “bella” media devo dire).

Spero di non avere annoiato con la “geografometeorologia” del luogo, torniamo alla Domenica 10 Agosto 1980, che come ricordate era nebbiosa e fredda (veniva da sud). Si può immaginare il mio personale dolore in una giornata che per “i normali” era solo un’altra grigia domenica invernale, roba da stare attorno al focolare domestico a bere caffè (o tè che dir si voglia) e a parlare di amenità o più prosaicamente, andare al cinema (non c’erano ancora vhs e dvd) e buona notte.
Nemmeno l’essere andato in chiesa a pregare (con particolare fervore data la situazione) sembrava essere bastato, verso le 12 la luce del giorno si fece ancora più cupa (e non era l’eclisse, dato che doveva iniziare verso le 16:00 ora locale), ma il grigiore che si infittiva e si trasformava da nebbia a pioggia fine (disastro!).
Così che dopo pranzo non ho avuto parole per oppormi al classico “programma da indio” (programa de índio = dicesi in Brasile cosa estremamente sconsigliata da fare data l’elevato grado di noiosità e/o ridicolarità, come esempio possiamo citare:
a)    andare al belvedere dell’aeroporto senza un motivo particolare solo per vedere gli aerei che atterrano e decollano (fatto, a 6 anni)
b)    andare a spasso al parco pubblico a dar da mangiare le arachidi alle scimmie nella gabbia delle scimmie anche se era vietato! (fatto pure questo, e mi piaceva anche, a 6/8 anni)
c)    andare alle recite di fine anno delle elementari (lo faccio tuttora)).
Bene, la proposta della Nonna era, dato che la ricorrenza del 13 Agosto cadeva di settimana si era pensato di andare al cimitero “a trovare il Nonno P”, come era usanza sua dire. Arrivato poi in Italia vedo che è lo sport nazionale delle Nonne da queste parti, ma laggiù eravamo gli unici “pistola” a farlo.
Vada per il cimitero pensai, tanto piove, sfiga boia!
Così siamo partiti per un totale di 12 persone: due Zii (A & M) con le rispettive consorti (M & S), i miei (allora solo) due cuginetti (J & B, 4 & 2 anni), mia sorella, mio fratello (3 anni alla data), io, Papà, Mamma e la Nonna distribuiti in tre macchine) verso il cimitero parco che si trovava all’altro capo della città (all’altro capo della galassia come nella “Fondazione” di Asimov), circa 15km.
Devo dire che è un bel posto, un cimitero come si vede nei film americani, un grande prato, alcuni alberi sparsi, niente lapidi, pietre tombali, niente angeli che piangono o croci o altri simboli religiosi, niente mausolei, niente di depressivo, tutto sommato era anche piacevole dato che si trovava proprio accanto a un grande parco cittadino, grande silenzio con vista verso ponente, si vedevano allora solo alberi e montagne. Il grande prato aveva distribuite qua e là a mò di scacchiera, placche di bronzo appoggiate per terra con il nome delle persone sepolte sotto di esse, con nome, data di nascita (con stellina) e di morte (con crocetta per i cristiani, stella di Davide per gli ebrei oppure falce di luna per i musulmani, non ho mai visto altre confessioni in quel posto). Mia sorella ed io, dopo il solito rituale di rimembranza, fiori, preghiere sotto il grigio e la pioggerella fine (= garôa) ci divertivamo (si fa per dire) nel andare a cercare nomi strani o inusuali oppure le date più vecchie di nascita o le più recenti di decesso. Certe cose che si fanno! Eravamo verso le 15 e trenta quando tutt’a un colpo il cielo comincia ad aprirsi, la prima a notarlo è stata mia cuginetta J che disse: “Guarda! Una nuvola arcobaleno!”.
Incredibilmente il grigio si alzava e da un buco nelle nuvole si intravedeva del cielo azzurro, un raggio di sole filtrava tra di esso e illuminava una nuvola che si staccava dal fondo grigio illuminandosi come fosse un pavone con i colori dell’arcobaleno.
Sembrava che avevo appena fissato un’appuntamento galante con Miss Brasil (ricordo a Voi che avevo 16 anni e gli ormoni lavoravano a pieno ritmo allora, anche se ero, ehm, come si suol dire, “arenato”). Batticuore, mai sentito, qualcosa dentro di me (o fuori di me?) mi diceva: “corri a casa, prendi “gli arnesi”, stiamo arrivando! Firmato: Sole e Luna!”
Sulla via del ritorno il cielo si apriva sempre di più a tal punto che arrivati a casa era quasi tutto sgombro di nuvole, il tutto nel giro di mezz’ora, letteralmente dalle ceneri alle stelle!
Mio Zio M, fotografo provetto aveva con sé una “tele” con la sua macchina “Fujica” (giapponese) e con l’aiuto di un vetro annerito a candela (chi l’aveva il Mylar?, anzi non sapevamo neanche della sua esistenza), radiografie piuttosto che negativi anneriti ci siamo messi ad osservare “L’EVENTO”. Io avevo una “modernissima” Kodak 155 (Quella coi flash a cubetti, i + “vecchi” si ricorderanno sicuramente, l’avevano tutti). Ho scattato poche foto perché non avevo sufficienti braccia (e occhi e teste). La classica “febbre acuta da eclisse” (dura pochissimo ma è estremamente intensa). Guardo al telescopio (parole grosse)? Guardo attraverso il vetro? Guardo attraverso il negativo?
Man mano che il sole scendeva, dal cortile di casa siamo passati sul marciapiede davanti alla casa della nostra vicina (e c’erano anche altre persone “normali” che guardavano), poi mentre il sole scendeva dietro alcuni alberi verso l’orizzonte, tutti in macchina veloci diretti verso un colle lì vicino da dove si vedeva fino all’orizzonte e fu lì che mio zio M scattò la sua migliore foto del sole a falce (senza filtri dato che era vicino all’orizzonte), anche se ha usato la spalla di mia zia S come “treppiede” (w l’improvvisazione!), la prima foto per la cronaca ha inquadrato solo capelli biondi, nella seconda la zia S si accorse e ha tenuto i suoi capelli da parte. Poi Sole e Luna tramontarono a Ovest e l’anullarità fu visibile in Bolivia. Come bonus abbiamo avuto la notte più stellata che abbia mai potuto vedere dalla città, cielo terso e calmo, freddo (come mai?) ma nero pece, Giove alto nel cielo, La Via Lattea che si stagliava praticamente ininterrotta da Sud-Ovest (Triangolo Australe al tramonto) passando sopra testa (Scorpione, Saggitario) e salendo verso nord fino ad Aquila e Cigno. Qualche ora più tardi si vedevano come chiare nuvole quelle di Maggellano, prima la piccola e poco più verso sud-est la grande.


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 Da destra: la nostra vicina C, mia sorella, la Zia S, gli zii M e A. Riconoscerete anche il teleobiettivo ataccato alla “Fujica” e il vecchio e buon treppiede Planet. Forse l’unica foto rimasta del Sole e della Luna in quel giorno, si riconosce la sagoma del “telescopio” Alnitak appoggiato sul treppiede di legno (cavalletto di pittura della Mamma)

Giorni più tardi ho scritto anche un poemetto fra il concreto e l’erotico che modestamente traduco in calce, spero sia di Vostro gradimento.

Eclipse

A Lua na frente do Sol,

Numero de moles, massa sobre mol.

E a plebe ignorante atônita.

Perde o rumo e fica andando tonta.

Momento de alegria geral,

E olha, já passouo carnaval.

O Sol vai pra minha parede,

E a Lua vem junto com ele.

Crescem-lhe ao Sol os chifres,

A Lua vai-lhe entrando adentro.

Todos já estão fotografando,

Todos já estão delirando,

E chega o vidro enegrecido,

Todo valente e destemido,

Pra enfrentar os ultravioletas.

Fotografa a teleobjetiva,

Tudo parece coisa viva.

E do Sol não resta quase nada,

A lua comeu tudo, a danada.

Mas agora já é mui tarde,

Pois sem fazer nenhum alarde,

Eles vão abaixo do horizonte,

E tomam o barco de Caronte.

Sol e Lua, se foram os dois amantes,

Que momentos antes, devassados foram,

Em seu colóquio diurno,

Foram embora e deixaram-nos o céu noturno,

Cheio de estrelas que estavam brillando,

Pra saudar os que estavam se amando.

Eclisse

La Luna davanti al Sol,

Numero di molli, massa su mol.

E la plebe ignorante attonita.

Perde la rotta e gira intontita.

Momento di allegria generale,

E guarda, è già passato carnevale.

Il Sole va sulla mia parete,

E la Luna assieme gli viene.

Gli crescono al Sole le corna,

La Luna gli si entra dentro.

Tutti stanno già fotografando,

Tutti stanno già delirando,

E arriva il vetro annerito,

Valente e non intimorito,

Per affrontare gli ultravioletti.

Fotografa il teleobiettivo,

Tutto sembra sia vivo.

E del Sole non resta quasi nulla,

La Luna ha mangiato tutto, la dannata.

Adesso poi è troppo tardi,

Poiché senza fare alcun rumore,

Loro vanno sotto l’orizzonte,

E prendono la barca di Caronte.

Sole e Luna, i due amanti son partiti,

Momenti prima, son stati inseguiti,

Nel loro colloquio diurno,

Se ne sono andati lasciandoci il cielo notturno,

Pieno di stelle che brillavano,

Per salutare coloro che si amavano.

Non riesco a non pensare che l’improvviso aprirsi del cielo sia stato un regalo di mio Nonno a me personalmente dato che sono “andato a trovarlo” quel giorno. Forse è stata solo una coincidenza ma comunque grazie Nonno, per quello che mi hai dato anche senza saperlo…

Saluti da –25°

 

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