IL TELESCOPIO SALMOIRAGHI
Scritto da Erasmo Bardelli   

Il restauro del Telescopio rifrattore Salmoiraghi

Salmoiraghi, sì grazie

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All’interno di Palazzo Belgiojoso, a Lecco, nell’omonimo e splendido parco che ospita i Musei Civici di Lecco e il Planetario, nel 1947 venne installata la cupola di un osservatorio amatoriale di notevole valore per i suoi tempi.
Non è facile sapere quanto sia stata utilizzata nei suoi primi anni di vita, ma nell’ultimo mezzo secolo è rimasta chiusa perennemente. Con il tempo, la cupola di lamiera si è deteriorata a tal punto da perdere pezzi dal tetto, lasciando il telescopio in balia delle intemperie e della polvere.
Un orrore per qualsiasi telescopio, ancor più se si tratta di uno strumento di alto livello come quello ospitato nella cupola di Palazzo Belgiojoso. Mi sono informato da chi di dovere per sapere se si potesse intervenire per salvare il telescopio.
Il Direttore del museo mi ha subito spiegato che era impossibile rimettere in funzione cupola e telescopio a uso pubblico, perché la struttura non rispondeva alle norme di sicurezza. Non solo, essendo addirittura pericolante, era già stato programmato lo smantellamento.
Ho chiesto allora se fosse possibile portare “a terra” il telescopio (la cupola era sul tetto di un palazzo di tre piani), e restaurarlo a spese del gruppo astrofili Deep Space di Lecco. Il Direttore ha risposto entusiasticamente di sì, concedendo anche il permesso di custodia dello strumento presso il Planetario, una volta ultimato il restauro.
Chi più di noi, locale gruppo astrofili e gestori del Planetario, avrebbe potuto curarsene?
Siamo partiti io e il socio Roberto Ratti. Abbiamo salito le scale, (quattro piani, se calcoliamo anche la scala a chiocciola per uscire sul tetto). Era come andare in paradiso. 
Arrivati davanti alla cupola lo spettacolo che ci si è presentato è stato affascinante e nello stesso tempo deprimente: il tempo aveva avuto un effetto devastante, la polvere e gli aggeggi sparsi ovunque rendevano lo spettacolo poco edificante ai nostri occhi. Prima di toccare il telescopio, lo abbiamo fotografato da ogni angolazione per documentarne lo stato.
E’ un Salmoiraghi, un bel rifrattore da 140 mm. e 1700 mm. di focale, con montatura equatoriale alla tedesca e movimento meccanico a contrappeso con demoltiplica, come gli orologi a pendolo. Si usava così allora.
Funzionava anche senza corrente. Dopo il primo impatto e osservando bene il lavoro da fare, il tutto era maledettamente arrugginito e incrostato, comprese le lenti, mi ha preso un po’ di sgomento per il notevole lavoro da fare, anche perché, non essendo lo strumento di mia proprietà, saremmo stati esposti in ogni caso a critiche nel caso di un restauro infelice.
Dopo altre fotografie, finalmente abbiamo messo mano allo smontaggio del tubo ottico. Ci sembrava di essere ritornati anni indietro nel tempo a quando i costruttori lo montarono con tanto amore e professionalità, mentre noi ci sentivamo dei rottamai.
Il lavoro è proseguito per tutta la mattina: bisognava documentare con immagini come era montato, poi venne il momento del su e giù dalle scale con pesi notevoli. Il contrappeso in piombo pesa la bellezza di 80 kg., da trasportare lungo le rampe di una scala a chiocciola traballante.
Il basamento era simile alla sedia di un barbiere, e non è stato possibile recuperarlo perché non passava nella scala a chiocciola. Quando verrà smantellata la cupola con la gru, lo riporteremo a terra per rimetterlo al suo posto.
Il tutto era ora in una sala del Planetario, in attesa dei lavori. E’ affascinante vedere i lavori meccanici di allora e le idee brillanti per la costruzione e funzionalità della montatura equatoriale. Una cosa che salta all’occhio è che il materiale di cui è costruito è in gran parte ottone e bronzo. Probabilmente, anzi sicuramente, era considerato metallo di bassa qualità, tant’è che l’ottone veniva completamente verniciato. Oggi, invece, l’ottone viene considerato pregiato.
Ma bando alla ciance, era ora di smontare tutto: abbiamo iniziato dalla montatura, piuttosto malconcia e con i rapporti e la vite senza fine notevolmente rovinata. Il numero dei pezzi non era eccessivo a montatura smontata, ma si prospettava un lavoro di pulitura lungo e faticoso. Con pazienza da certosino, tolta la vernice sopra l’ottone, che abbiamo deciso da lasciare a vista proteggendolo con una vernice apposita trasparente, e sistemate meccanicamente le rotelle grazie al socio meccanico Angelo Ripamonti, la montatura è stata ricomposta davanti allo stupore dei soci. L’ottone merita davvero di essere visto.
Leveraggi, pomelli, manopole, supporti, scale graduate e altro sono stati portati allo stato iniziale, forse addirittura meglio, in ottone splendente. E’ quindi giunto il momento del motore meccanico, una scatola pure essa verniciata, completamente costruita in ottone, piena di ingranaggi, manopole e leve di ricarica. Il filo in acciaio che tratteneva il massiccio contrappeso è stato sostituito; dopo una lucidata di gomito anche questa scatola era pronta per tornare funzionante.
La colonna portante del telescopio, che si divide dal basamento, è in ghisa verniciata. Stesso trattamento: tolta la vernice vecchia, la colonna è stata ritinteggiata con una vernice azzurro cielo. Poi è giunto il momento del telescopio, l’ultimo pezzo, il più importante e di conseguenza da maneggiare con cura.
Dopo averlo smontato tutto per poterlo riverniciare, abbiamo rinfrescato la vernice interna nera opaca. Il tubo è stato stuccato per togliere due graffi, quindi riverniciato con un bianco avorio delicato, il tutto con ben cinque mani di vernice a bomboletta.
Le lenti, ripulite a dovere, sono state rimontate nel loro alloggiamento, lucidato a nuovo. Anche il fuocheggiatore ha subito una bella verniciatura, ed è stato riportato a ottone lucido e rimontato sul tubo.
Dato che il telescopio verrà usato per l’osservazione pubblica della Luna e dei pianeti dopo lo spettacolo serale del planetario, si è resa necessaria la costruzione di un carrello per spostare il telescopio. La realizzazione, dopo lo studio di costruzione, è stata affidata a un’officina meccanica.
Sostituito il basamento originale con un tubo provvisorio per il sostegno della colonna superiore e dopo la solita verniciatura, il carrello era pronto a supportare la montatura equatoriale completa di movimento meccanico e del telescopio.
E i vari oculari? Per nostra fortuna, in un decrepito mobiletto nella cupola ho trovato una scatola in legno contenente ben 6 oculari, tutti smontati, puliti e tirati a lucido, naturalmente tutti in ottone.
E dopo il restauro, ecco la prima luce. Il carrello ha fatto il suo lavoro correttamente per il trasporto di quei pochi metri necessari per uscire dal Planetario, quindi me lo sono goduto solo soletto una domenica mattina; l’ho puntato sul monte San Martino e ho centrato nell’oculare la chiesetta: l’ottima visione mi ha ripagato del lungo lavoro di restauro.
Ho provato i vari oculari, tutti funzionanti nella norma di allora (non paragoniamoli a quelli di oggi, per carità).
Lo abbiamo riprovato una sera successiva su Giove: è un ottimo telescopio.
Dimenticavo: il movimento meccanico per l’inseguimento  in A.R. funziona correttamente.
Un primo piano del telescopio.
Le due manopole in legno lavorato sono per il bloccaggio e la regolazione fine della declinazione.

La parte de fuocheggiatore è tutta, come consuetudine di allora, in ottone.

 

 

 

 

 

 

Da notare la notevole altezza dal suolo dell’oculare, per facilitare l’osservazione degli oggetti celesti allo zenit.

 

 

 

 

 

Il rifrattore, di notevole peso, montato su apposito carrello per facilitare il trasporto all’esterno.

 

 

 

La scatola in legno contenente i suoi oculari e parte dei filtri ancora in ottimo stato.

Cosa ci si può attendere di più?
I suoi anni li porta bene.


Bardelli Erasmo
presidente e fondatore del
gruppo Astrofili  Deep Space Lecco
 

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